Il Kenya butta via il bambino con la politica sporca (di Obama)

L’ultima volta che si votò, alla fine del 2007, i morti furono 1.500 e 300 mila gli sfollati. Le accuse di brogli scatenarono una guerra civile che il Kenya riuscì a superare soltanto con un accordo fra i due candidati alle presidenziali, Mwai Kibaki e Raila Odinga. Ieri il paese è tornato alle urne per il referendum sulla nuova Costituzione e i vecchi avversari erano dalla stessa parte.
11 AGO 20
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L’ultima volta che si votò, alla fine del 2007, i morti furono 1.500 e 300 mila gli sfollati. Le accuse di brogli scatenarono una guerra civile che il Kenya riuscì a superare soltanto con un accordo fra i due candidati alle presidenziali, Mwai Kibaki e Raila Odinga. Ieri il paese è tornato alle urne per il referendum sulla nuova Costituzione e i vecchi avversari erano dalla stessa parte: in gioco c’è la stabilità di una nazione che conta settanta etnie e molti credo religiosi, dagli anglicani ai musulmani, dai cattolici ai quaccheri. Kibaki e Odinga, che oggi sono presidente e primo ministro, dicono che la svolta permetterebbe al paese di superare l’epoca dell’autoritarismo, la stagione di leader come Jomo Kenyatta e Daniel Arap Moi. La nuova Costituzione prevede riforme politiche ed etiche radicali, dalla separazione dei poteri all’aborto alla crescita delle corti islamiche.

Il Kenya continuerebbe a essere una Repubblica presidenziale, ma un sistema di checks and balances ridurrebbe i poteri dell’esecutivo. Il Parlamento conquisterebbe il diritto di veto su alcune nomine che prima erano esclusivo appannaggio del presidente. Chi volesse diventare presidente, poi, dovrebbe ottenere il consenso trasversale di tutti i gruppi etnici, una mossa decisa per evitare altri massacri come quelli del 2007. Non più kikuyu, kamba, luo o kalenjin, ma semplicemente keniani. La riforma porterebbe allo scioglimento e alla rifondazione della magistratura e garantirebbe la nascita di una nuova Corte suprema. Secondo il ministro delle Finanze, Uhuru Kenyatta,“la nuova Costituzione sancirebbe la fine degli arresti illegali”.

Un altro aspetto decisivo è il trasferimento di poteri agli enti locali, con l’elezione di un governatore per ciascuno dei 46 distretti e la formazione di un organismo simile a un senato federale.
Questi sono i propositi che mettono d’accordo quasi tutte le fazioni: ma ce ne sono altri che portano allo scontro, tra il fronte del sì, sotto la bandiera della banana in campo verde, e quello del no, rappresentato da un’arancia in campo rosso. Si tratta dei punti che Kibaki minimizza, “sono di scarsa importanza”, e che gli altri considerano vitali. Se il nuovo testo passerà l’esame del referendum, le competenze dei tribunali islamici (khadi) saranno estese a tutto il paese – ora agiscono soltanto sulla costa – l’aborto diventerà legale e momento iniziale della vita sarà considerato quello della nascita e non più il concepimento come adesso.

Cattolici ed evangelici hanno preso la testa del fronte per il “no”, che comprende tutte le denominazioni cristiane del Kenya: negli ultimi mesi hanno raggiunto un accordo senza precedenti contro il referendum. Per spiegare la propria posizione, il cardinale John Njue, arcivescovo di Nairobi, ha usato un’immagine biblica: “Ci sono stati dei miglioramenti della bozza costituzionale, ma il buono è stato mischiato con alcuni paragrafi cattivi, che incidono sulla vita morale e sui diritti. Il male, per quanto piccolo, è come un lievito cattivo: trasforma e corrompe tutta la massa dall’interno”. Il 13 giugno, una bomba ha colpito un corteo organizzato dai sostenitori del “no” uccidendo sei persone.
L’Amministrazione americana è molto interessata alla nuova Costituzione del Kenya. Il vicepresidente, Joe Biden, ha visitato il paese di recente e ha tenuto contatti strettissimi sia con Kibaki, sia con Odinga: spera che la riforma contribuisca alla stabilità del paese, che è considerato decisivo per la sicurezza nella regione e ha promesso una seconda, attesissima visita del presidente americano, Barack Obama, di origini keniote, in caso di vittoria dei sì. Alla visita promessa si aggiunge una spesa di 23 milioni di dollari elargita dall’Amministrazione e già finita sotto l’attacco dei repubblicani: gli aiuti americani sono andati anche a gruppi pro aborto kenioti.

L’influenza dei ribelli islamici di Shabaab si allarga dalla Somalia al vicino Kenya e preoccupa gli analisti. Per fermare questa avanzata, Biden è disposto a concedere qualche apertura al governo di Nairobi, come l’istituzione di khadi – corti islamiche – controllate dalle autorità che si occuperebbero di questioni come il matrimonio e la successione. Il presidente Kibaki e il premier Odinga sono per il “sì”. Sanno che la nuova Costituzione permetterà al paese di aumentare gli scambi con gli Stati Uniti. Secondo le prime proiezioni, il sessantatré per cento degli elettori ha votato sì: è abbastanza per vincere, ma potrebbe non bastare a superare polemiche e accuse di brogli.

C’è anche un altro fattore di divisione importante, il fattore terra. La nuova Costituzione introduce un sistema per la distribuzione delle terre che non ha nulla a che fare con quello lasciato in eredità dal colonialismo. I latifondisti temono un esproprio e alcuni dicono che le nuove norme sono scritte male e potrebbero essere applicate in maniera arbitraria. Diecimila poliziotti sono già schierati nella Rift Valley, la zona al confine con l’Uganda, dove i Kalenjin e i Kikuyu si sono già scontrati in passato. Molti analisti credono che il Kenya sia più maturo rispetto alla guerra civile del 2007: i media sono vivaci, il settore privato dell’economia è dinamico, il pil è in continua crescita. In più, i protagonisti del dibattito politico guardano già alle prossime presidenziali. Il ministro dell’Educazione, William Ruto, un kalenjin, fa campagna per il “no” perché intende conquistare il voto della comunità evangelica. Odinga, un luo, guarda invece al consenso islamico. Kibaki, un kikuyu, a quanto pare non si ricandiderà. La scommessa, come dice il presidente, è quella di costruire un sistema in cui “le elezioni non sono delle guerre”.